La cassapanca (u Baùli) della nonna

Dedicata a mia nonna, per quello che ha fatto e per ricordare che il passato può essere cancellato da una malattia, ma le azioni restano immutate nel tempo.

Stamattina mi sono svegliata pensando al baule di mia nonna, ho immaginato di aprirlo e da lì si sono aperti un mare di ricordi di infanzia. Ho dovuto alzarmi e scrivere ed ho scritto di getto. Questa poesia è un dialogo tra me, mia nonna e mio nonno, un messaggio da lasciare ai posteri per non dimenticare mai le radici. A questo proposito ho inserito alcune parole in siciliano, che mia nonna usava e usa ancora dire.

baule

Tutto il mio mondo

è sparito

mi è stato rubato:

“tutta roba vecchia” (“cosi d’ittari”)

“che te ne devi fare, ormai non ci puoi salire”.

E così via dal 2° piano

di quella casa sudata a sacrifici,

il letto, l’armadio (“a muarra”) e la cassettiera (“u comò”)

irraggiungibili ormai,

sono vecchia, stanca e cado spesso.

Fuori da quel bagno

inaccessibile ormai,

in vasca scivolo e ora ho

pure schifo dell’acqua.

E poi quella vecchia cassapanca (“u bauli”)

piena di ricordi

io ci giocavo sempre a cercare tesori

e li vedevo per davvero

nascosti tra i maglioni e la naftalina.

Che spettacolo per me

quell’enorme armadio a specchio

coi “vestiti della domenica”

che immaginavo di indossare

e i quei cassettoni pesanti del comò

chissà che pensavo di trovarci

eppure ogni volta sognavo di trovare qualcosa

di mai visto e sconosciuto

e nel frattempo lei (mia nonna) mi diceva “che cerchi? mi metti tutto in disordine!” (“chi cecchi, tutti cosi mi sbutulii”)

e poi mi mostrava i suoi tesori,

dopo il risposino pomeridiano:

lenzuola ricamate da lei, qualche gioiello e oggetti di bigiotteria (“cosi d’anteria”)

che io amavo toccare e indossare,

e mi faceva contenta coi racconti del passato

e coi suoi consigli sui maschi,

in attesa di tornare a casa mia.

Ora non servo più da un po’,

così dicono,

nessuno o quasi mi vuole vicino,

è come se non avessi un passato,

se non avessi fatto nulla di buono nella vita,

è difficile starmi dietro (“cummattusa”)

e quindi sono da buttare, cestinare.

Tutto in discesa verso la solitudine e la follia,

dopo la tua morte,

caro Nino, marito mio,

quasi tutti i figli se ne fregano di noi,

solo una, per quello che mi ricordo,

siede sempre accanto a me, mi coccola, mi cura,

ha pazienza (“avi pacienza”),

ogni tanto la chiamo Nuccia

ogni tanto la chiamo Maria,

“chi sei tu?” (“cu si tu?)

chiedo ai miei figli, alle badanti, ai miei nipoti

e dopo un attimo ho scordato tutto.

Mi chiedono di nuovo i nomi ed io tiro

ad indovinare e sorrido con lo sguardo smarrito,

fingendo di aver capito tutto.

Non esisto più

vegeto,

dimentico tutto,

non ho voglia di vivere;

la chiamano demenza

che cosa brutta (“tinta”).

Sai che ti dico?

appena mi ricordo dove l’ho messa

faccio la valigia e ti raggiungo

Ninuzzu miu.

Un tuffo al cuore

 

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(dipinto di Alessandra Sessa)

Un tuffo al cuore

delle debolezze

quelle parti molli che proviamo

a celare per vergogna.

 

Basta una frase, un gesto

per sprofondare in quella

massa informe e molle

a volte incandescente come magma

altre volte cenere spenta

che vorremo rimanesse tale.

 

Ma tutto cambia

tutto evolve

e un giorno anche i vulcani

e i suoi prodotti

non faranno più paura.

 

Dalle radici agli orizzonti

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Spiare attraverso una fessura

sentire il vento scorrere attraverso di essa

inesorabilmente

e avvertire

il freddo

la paura

ma sono momenti.

Poi con gioia osservare

gli orizzonti infiniti

senza perdere le radici

del proprio albero.

Liberiamoci dal vecchio

curiamo le ferite

e ripartiamo ancora.

 

 

 

Per non perdersi

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Ricordati di me

di dirmi ti amo

di dirmi che ci sei

 

Ricordami che sono bella

ricordami che valgo

ricordami ce la posso fare

ricordami i miei errori.

 

Ricordami il tuo profumo

ricordami le tue carezze

ricordami il tuo amore.

 

Ricordati di ricordarmi

che mi ami

che sono la cornice

di ogni tua giornata

che sono dentro ad ogni tuo respiro

che un invisibile filo ci lega

senza costringerci.

 

Sedie inghiottite dai genocidi

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Quante sedie vuote

attorno a noi

fagocitate dal male e dalla violenza.

 

Nessuno tornerà più a sedersi su quelle sedie

nessuno mangerà più in quel piatto

in attesa

come le madri e i padri

in attesa

di un figlio

che non tornerà mai più

come gli orfani di inutili guerre

che cresceranno soli e feriti.

 

Ieri

come oggi

come domani.

 

So che riaccadrà

ma resta la speranza

 

che il ricordo del brutto

faccia fiorire il bello

che è dentro di noi.

 

Danza macabra

(Oratorio dei disciplini, Clusone (BG)

Quanti mostri 
dietro a tetri specchi

fantasmi e scheletri

che celano la propria vera identità.

E si continua da secoli

a ballare la stessa danza macabra

a ripetere passi troppo noti

finché questi mostri 

un giorno 

costretti a specchiarsi non si 

accorgeranno delle loro brutture

e delle loro bruttezze.